La deforestazione della foresta Amazzonica è diminuita rispetto al 2016, ma la piaga globale non si arresta.

Dal 1970, il 19% della foresta è andata persa.

Per la prima volta in tre anni la deforestazione in Brasile ha ricevuto una battuta d’arresto, registrando un 16% in meno rispetto al 2016. E’ quanto emerge dall’ultima conferenza stampa tenuta dal Ministro dell’Ambiente Jose Sarney Filho, che imputa questo segnale positivo al rafforzamento dell’applicazione delle norme di controllo e al monitoraggio in tempo reale della deforestazione.

“Il controllo aiuta ma non è la soluzione finale. La deforestazione terminerà solo quando alla foresta sarà riconosciuto il suo valore – ha dichiarato il Ministro durante l’incontro con la stampa – Stiamo raggiungendo il limite. Se non verranno rispettati gli accordi internazionali e i pagamenti per i servizi ambientali, sarà molto difficile mantenere il trend registrato”, riferendosi al sostegno finanziario concesso ai proprietari terrieri per salvaguardare la foresta presente sulla loro terra.

La Foresta Amazzonica, di cui due terzi si trovano sul suolo brasiliano, ospita migliaia di specie tra piante, uccelli, mammiferi, anfibi e rettili, racchiudendo in sé l’ecosistema più ricco di biodiversità al mondo. Un patrimonio da conservare e preservare che svolge un ruolo chiave nell’equilibrio climatico mondiale, considerando che il 20% dell’acqua dolce della Terra confluisce nel bacino amazzonico.

Nonostante il 16% di deforestazione in meno possa apparire come un traguardo, i dati dell’Istituto nazionale di ricerche spaziali (INPE) brasiliano parlano di 6624 chilometri quadrati di foresta andata persa tra Agosto 2016 e Luglio 2017, un’estensione pari a 112 Manhattan. Una cifra esagerata che dovrebbe smuovere gli animi dei decisori politici, se non fosse che l’anno scorso i chilometri quadrati abbattuti siano stati 7893. Dal 1970 oltre 768 mila chilometri quadrati di Foresta Amazzonica, corrispondenti al 19% della superficie totale, sono stati tagliati e hanno lasciato il posto alle attività umane. E questo nonostante gli sforzi apparenti di conservazione del patrimonio naturale e gli impegni di riforestazione del governo centrale.

Le cause della deforestazione:

La crescita della popolazione e la necessità di convertire le ricchezze naturali in un valore monetario concreto sono state le cause trainanti della deforestazione in Brasile. Nonostante le campagne di sensibilizzazione di organizzazioni internazionali e i numerosi studi che hanno indicato l’allevamento bovino, la coltivazione di soia e l’olio di palma tra i driver della distruzione del polmone brasiliano, iprofitti che derivano dallo scambio di merci con la Cina, gli Stati Uniti e l’Europa in primis hanno spinto agricoltori e allevatori a sacrificare ampi spazi di verde per ricavarne legname, terreni agricoli e pascoli. Complice un governo miope che, incapace di intraprendere dure misure contro le attività illecite che minacciano l’ecosistema, ha preferito chiudere gli occhi sullo sperperamento delle risorse.

A destabilizzare il precario equilibrio della Foresta si aggiungono gli interessi delle aziende minerarie, la costruzione di dighe e gli incendi dolosi sempre più frequenti. Il Brasile occupa il quarto posto nella classifica dei paesi emettitori a livello globale soprattutto a causa della deforestazione e del cambio d’uso dei suoli forestali, che causerebbero il 75% delle emissioni del paese, di cui il 59% proveniente dalla perdita di copertura forestale e dagli incendi.

Se le riserve di carbonio conservate dall’Amazzonia venissero distrutte, verrebbe rilasciata in atmosfera una quantità di gas serra pari a cinquanta volte quelle prodotte dagli Stati Uniti in un anno. E non c’è solo la deforestazione. L’aumento della temperatura ha comportato periodi di siccità sempre più frequenti e condivisi che hanno incrementato la possibilità di incendi, innescando così un processo a catena distruttivo.

Le popolazioni a rischio:

Ad una situazione ambientale già di per sé al limite si addiziona la minaccia ai popoli indigeni, duramente colpiti dallo sfruttamento della Foresta Amazzonica e dai cambiamenti climatici sempre più evidenti. Date le loro relazioni rituali con i processi naturali e il profondo rapporto di interconnessione con l’ambiente in cui vivono, i popoli indigeni sono le prime vittime del depauperamento, spesso mosso da interessi economici, del bacino amazzonico. Sarebbe però riduttivo catalogare il problema ambientale e culturale solo in relazione alle variazioni del sistema climatico terrestre. Altrettanto devastanti sono le misure di mitigazione ai cambiamenti climatici che non tengono conto né dei diritti né della cultura delle tribù.

Agire pensando al tornaconto di pochi o farlo in nome di una volontà non ben definita di risolvere il problema non rappresenta la soluzione per tutti. Laddove i proprietari terrieri, i politici e le multinazionali si spartiscono gli introiti, di cui l’intera comunità inevitabilmente è responsabile, i superstiti dei villaggi nell’Amazzonia lottano per conservare tradizioni e usanze, oltre la loro stessa sopravvivenza.

 

Fonte: green.it